Note di Edilizia e Architettura

Gli architetti italiani che lavorarono in altri Paesi furono numerosi attraverso i secoli: dall’antichità, quando i romani costruirono gli insediamenti dell’impero, passando per Palladio, che ispirò gran parte dell’architettura americana, Rossi e Rastrelli, che lavorarono in Russia (a Mosca e Pietroburgo), fino ai giorni nostri, in cui grandi architetti sono presenti con le loro opere in tutti continenti: Giorgio Grassi, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas…

Un capitolo particolare della presenza italiana all’estero è quello dei trattatisti: Alberti, Leonardo, Vignola, Palladio … Aldo Rossi, che viene studiato nelle Università americane ed in altri Paesi del mondo, sono punto di riferimento nella formazione di architetti di più generazioni.

La costruzione di opere, ma anche la conservazione, il restauro e la tutela dei beni culturali sono gli ambiti in cui gli italiani sono noti in altri Paesi; una testimonianza storica della presenza di architetti abruzzesi all’estero è data da Giuseppe Valeriano. Egli nacque all’Aquila nel 1542 e morì a Napoli nel 1596.

Fu pittore e architetto e lavorò per qualche tempo in Germania, dove collaborò alla costruzione della Michaelskirche (chiesa di San Michele) a Monaco di Baviera progettata da Federico Zustris.

Trasferitosi a Roma, eseguì gli affreschi e la pala d’altare nella Cappella dell’Ascensione in Santo Spirito in Sassia; si recò poi in Spagna dove forse venne a contatto con il cantiere del palazzo dell’Escorial ed entrò nella compagnia di Gesù nel 1572.

Trascorse un periodo a Lisbona, dove collaborò alla realizzazione del Collegio nuovo di Sant’Antonio, poi ritornò a Roma attorno al 1581. Divenne una sorta di sovrintendente alle fabbriche dell’Ordine: seguì la costruzione della Chiesa del Gesù a Genova; della Chiesa di Gesù nuovo a Napoli; della Cappella della Madonna della Strada nella Chiesa del Gesù a Roma e del Collegio Romano.

Due casi di ingegneri abruzzesi che lavorarono all’estero negli anni ’30-’40 del secolo scorso: Nicola Troilo in Africa e l’Ing. Rosinelli nell’America del Sud.

La strada litoranea della Libia ha una lunghezza complessiva di 1822 Km dei quali 800 furono costruiti in zona desertica e pre-desertica negli anni 1935-1936, sotto la direzione di un Ufficio Speciale del Genio Civile appositamente costituito.

Il Capo di questo Ufficio, con circa 45 funzionari tra ingegneri, geometri ed altri, era l’ing. Nicola Troilo, originario di Archi, in provincia di Chieti. Dopo avere realizzato diversi sopralluoghi lungo gli 800 chilometri previsti per lo sviluppo complessivo dei nuovi tronchi, l’ing. Troilo insieme ai tecnici, sulla base dei rilievi e delle misurazioni, elaborò un progetto di massima, dividendo il tratto in sedici tronchi per poter eseguire i lavori entro il tempo prestabilito di dodici mesi.

L’Ufficio si occupò anche di bandire la gara di appalto, cui furono invitate oltre cinquanta imprese e sceglierne sedici, una per ogni tronco progettato. L’ingegnere Rosinelli di Pescara, nella sua lunga carriera, lavorò con diverse imprese in grandi opere pubbliche, molte volte anche all’estero.

Nella prima metà del ‘900 si trovò in Argentina, per la costruzione di stazioni ferroviarie, nelle province di Mendoza e San Juan, nel nord-ovest del Paese.

La figlia, Ida, ci raccontò la storia della sua famiglia in quel periodo: il padre, dopo qualche tempo, si fece raggiungere in Argentina dalla moglie e dalla figlia e fece studiare la bambina in un collegio gestito da monache italiane nella città di Mendoza.

La signora Ida ricorda che quando faceva la seconda elementare ci fu un terremoto e le suore la tirarono fuori dai dormitori poco prima del crollo della struttura. In seguito la famiglia rientrò in Italia, ma la signora ricorda ancora quel periodo: il paesaggio, i racconti del lavoro del padre e l’epopea della costruzione di un’opera in situazioni ambientali estreme, quali quelle della montagna, che presentavano notevoli rischi.

Sempre nell’ambito della costruzione delle linee ferroviarie, ci spostiamo a Filadelfia, negli USA: qui si trovarono a lavorare all’inizio del ‘900 alcuni operai originari di Palmoli, in provincia di Chieti. Come ci racconta l’assessore alla cultura e ricercatore Venanzio Tilli, le condizioni di vita erano durissime poiché si trattava di realizzare nuovi tracciati ferroviari in situazioni di lavoro pesanti e ad alto rischio.

Restano pochi ricordi ed alcune fotografie di questi emigranti: Tilli, Miraldi, Monaco, Rossie altri che sono stati ritratti con i loro attrezzi sul posto di lavoro. Le fotografie sono state gentilmente concesse dalla Associazione Culturale “Ars Memorandi” che si occupa di attività culturali e di ricerca storica riguardante il territorio di Palmoli.

Architetti italiani che furono presenti a Buenos Aires, come Peano, Palano, Clorindo Testa, realizzarono importanti edifici pubblici e privati: la Casa del Governo (Casa Rosada), il Palazzo del Congresso, la Biblioteca nazionale, la Lloyd Bank, l’edificio Barolo …

Alcune facciate variopinte presenti in qualche comune abruzzese ci ricordano lo stile tradizionale della Boca, conosciuto attraverso riviste di architettura (Casabella, Abitare, …) e guide turistiche, oltre che per la testimonianza dei viaggiatori. La Boca è un particolare quartiere di Buenos Aires fondato da immigrati liguri e situato nella “Boca del riachuelo” (foce del fiumicello).

Un gruppo di genovesi, tra cui socialisti e anarchici appartenenti alla associazione mutuale “La Ligure”, a seguito di uno sciopero generale, nel 1882, proclamò la nascita della “Repubblica Genovese della Boca”. Mandarono una lettera al Re d’Italia e un’altra al Presidente dell’Argentina dichiarando: “Da oggi non siamo più italiani e non siamo nemmeno argentini, oggi nasce la nostra patria, alla Boca”. L’intervento delle Autorità locali ristabilì l’ordine e così “La libera Repubblica della Boca” è rimasto solo il motto del quartiere.

Il Governo italiano nel 2000 finanziò un corso di formazione per tecnici ed artigiani destinati al restauro di edifici storici del quartiere della Boca. Il corso, organizzato dall’Istituto italo-latinoamericano (IILA) e da diversi Enti italiani e argentini tra cui l’Università di Buenos Aires, si articola in due fasi: ricerca storica e d’archivio e laboratorio applicativo. Esso è rivolto ad architetti, ingegneri, tecnici e specialisti nella progettazione e direzione del restauro di edifici.